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Pubblicazioni, articoli del team e video YouTube. Approfondimenti su psicoterapia, neurofeedback, realtà virtuale clinica e salute mentale digitale.

Pubblicazioni

Paper, dossier e documenti del team

Paper · 2026

Dalla Gestalt ai Mondi Virtuali

di Vincenzo Di Maso e Davide Mazzella. Progettare ambienti che non solo coinvolgono, ma sostengono. La realtà, per come la viviamo, non è né oggettiva né completa: è un flusso di informazioni che il cervello organizza attivamente. I principi della Gestalt descrivono queste tendenze spontanee dell'organizzazione percettiva — e in VR possiamo plasmare ex novo l'ambiente, aprendo possibilità inedite per il setting terapeutico.

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VR come strumento gestaltico

Quando un sistema VR fornisce indizi percettivi coerenti — profondità, luce, suono, movimento — l'organismo risponde come se l'ambiente fosse reale. Da qui l'idea di una VR "gestaltica" in termini di design e di cura: la terapia non avviene "dentro" il paziente né "dentro" l'ambiente, avviene nel modo in cui paziente e terapeuta co‑costruiscono ciò che è possibile sentire, vedere, nominare.

Setting come variabile clinica

Nel mondo reale molte variabili del setting sono "date" — luce, distanze, densità di stimoli, tempi. In VR il setting diventa completamente progettabile: ogni parametro percettivo può essere controllato, modulato, adattato in tempo reale. La VR non permette solo di "dosare" l'intensità: permette di lavorare sulla prospettiva, cioè sul punto di vista da cui l'esperienza viene vissuta.

Core‑Driven VR Setting Design

Co‑costruire figura e sfondo nel qui‑e‑ora, prima dell'ambiente.

Le indicazioni non descrivono una "terapia completa", ma una cassetta degli attrezzi percettiva. I parametri manovrabili includono: posizione nel campo visivo, distanza (con step di avvicinamento/arretramento), intensità percettiva (nitidezza, luce, volume, velocità), tempo (scene brevi, pause integrate, possibilità di "congelare" l'azione).

Prospettiva e alternanza

La VR permette di lavorare non solo su cosa si vive, ma su da dove lo si vive. Due assetti: prima persona (più contatto/presenza) e osservativo (più distanza/leggibilità). Con uno switch guidato per riposizionare la persona sulla stessa scena, alternando esperienza "da dentro" e rilettura "da fuori".

Documento completo disponibile su richiesta a ellissi.psy@gmail.com

Altre pubblicazioni in preparazione: dossier TRL su VR terapeutica, paper su protocolli neurofeedback qEEG‑guided.

Articoli

Approfondimenti, riflessioni, esperimenti del team

Manifesto · ELLIPSY

Il corpo ha un effetto sul mondo

Il senso politico e culturale degli eventi di bio-arte di Ellipsy. Lavoriamo nella salute mentale e ci sta a cuore il benessere della persona — ma nessuno è una mente senza corpo, e nessuno vive sospeso nel vuoto.

Leggi il manifesto completo

A ELLIPSY lavoriamo nella salute mentale, e ci sta a cuore il benessere della persona. Ma sappiamo due cose che troppo spesso vengono dimenticate. La prima: nessuno vive sospeso nel vuoto — ognuno di noi è immerso in una società intrecciata alla tecnologia in ogni sua fibra, nei ritmi, nelle relazioni, nel modo stesso in cui ci guardiamo; individuo e società non si possono separare. La seconda: nessuno è una mente senza corpo — corpo e mente sono una cosa sola, e l'uno parla sempre per l'altra. Sono due inseparabilità che si rispecchiano, e ogni cura autentica comincia dal riconoscerle. La domanda, allora, non è se stare dentro questo intreccio, ma come abitarlo senza scomparirvi dentro.

La nostra ricerca parte da una constatazione semplice e scomoda: nella società di oggi il corpo è ammesso al discorso pubblico quasi soltanto in due forme. Da una parte la medicalizzazione, che lo riconosce solo quando si guasta — un problema da diagnosticare, misurare, correggere. Dall'altra l'idealizzazione, che lo accetta solo quando si avvicina a un modello — un'immagine da performare, ottimizzare, esibire. Due strade opposte che fanno la stessa cosa: tolgono al corpo la parola. Lo riducono a oggetto — di cura o di desiderio — e gli negano ciò che invece gli appartiene di diritto: la capacità di agire, di lasciare un segno.

Noi vogliamo restituire quella parola. Perché ogni corpo — con le sue virtù e le sue debolezze, i suoi limiti e le sue possibilità — produce un effetto sul mondo. Sempre. Anche quando respira, anche quando ha paura, anche quando tace. È un effetto continuo, concreto, e troppo spesso trascurato: non perché non esista, ma perché abbiamo smesso di dargli valore.

È questo il senso dei nostri eventi di bio-arte. Prendiamo la stessa tecnologia che di norma serve a sorvegliare o a perfezionare il corpo, e la rovesciamo: la usiamo per ascoltarlo. Il respiro, il battito, la pelle che reagisce diventano materia viva, e da quella materia nasce un'immagine che non esisteva e non esisterà mai più uguale. Non c'è un corpo giusto e uno sbagliato: ogni corpo che si presenta genera un'opera, e quell'opera è la prova visibile che lui, esattamente com'è, ha un effetto sul mondo.

Il nostro atto di influenza è qui: rimettere al centro il corpo come soggetto che agisce, e farlo attraverso l'arte — perché l'arte è il luogo dove le cose riacquistano valore non per la loro utilità, ma per il loro significato. Restituire al corpo un valore culturale e artistico significa dire, pubblicamente, che contare non dipende dall'essere sani abbastanza o belli abbastanza. Contare è una condizione di partenza.

E poiché corpo e mente non si separano, dare di nuovo dignità al corpo è già prendersi cura della mente. Uno spazio artistico in cui ci si può sentire — non solo capire, misurare o giudicare, ma sentire anche attraverso le emozioni — è uno spazio di cura nel senso più pieno: non corregge e non normalizza, accoglie. Per chi, come noi, lavora nella salute mentale questo non è un dettaglio estetico: è il cuore del gesto. Un corpo che si riconosce capace di lasciare un segno restituisce alla mente il suo valore creativo.

Per questo lo facciamo. Per questo ci impegniamo.

esteticaMENTE — il tuo effetto sul mondo.

L'installazione di bio-arte che nasce da questo manifesto → esteticaMENTE

Divulgazione · 2026

Che cos'è il neurofeedback

Il neurofeedback è una tecnica non invasiva che mostra in tempo reale l'attività elettrica del cervello, permettendo alla persona di osservarla e, con l'allenamento, di imparare a modularla. Non è una cura miracolosa né una lettura del pensiero: è una forma di allenamento dell'autoregolazione, guidata da un professionista.

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Il punto di partenza: il cervello produce elettricità

Ogni momento della nostra vita mentale — l'attenzione, il rilassamento, la concentrazione — corrisponde a configurazioni misurabili dell'attività elettrica cerebrale. Questa attività si registra in modo non invasivo dalla superficie del cuoio capelluto con l'elettroencefalografia (EEG): alcuni sensori appoggiati alla testa raccolgono i segnali, senza alcuna corrente immessa nella persona. È un processo di sola lettura.

Cosa aggiunge il "feedback"

Normalmente questi segnali restano invisibili a chi li produce. Il neurofeedback chiude il cerchio: traduce l'attività cerebrale, istante per istante, in qualcosa che la persona può vedere o sentire — un'immagine che cambia, un suono, un elemento grafico che risponde. Quando l'attività si avvicina allo stato che si sta allenando, il feedback lo segnala.

È lo stesso principio di uno specchio. Davanti a uno specchio correggiamo la postura senza sforzo cosciente, perché vediamo l'effetto di ogni piccolo aggiustamento. Il neurofeedback fa qualcosa di analogo con processi che di solito non percepiamo: rende osservabile ciò che accade, e questa osservabilità è ciò che rende possibile l'apprendimento.

Come si impara a regolarsi

Il cervello è plastico: tende a ripetere le configurazioni che vengono "premiate" da un riscontro. Ripetendo le sedute, la persona allena gradualmente la capacità di raggiungere e mantenere determinati stati — per esempio uno stato di calma vigile o di attenzione stabile. L'obiettivo non è il controllo volontario momento per momento, ma il consolidamento di una competenza che, col tempo, diventa più accessibile anche fuori dalla seduta. Si tratta di un percorso, non di un intervento singolo: i risultati dipendono dalla regolarità dell'allenamento e variano da persona a persona.

Cosa aspettarsi da una seduta

La persona è seduta comodamente. Vengono posizionati i sensori EEG sul cuoio capelluto e, dove previsto, sui lobi delle orecchie come riferimento. Non c'è nulla di doloroso e non si avverte alcuna sensazione fisica legata alla registrazione. Durante la seduta si osserva il feedback — visivo, sonoro o entrambi — mentre il professionista accompagna e calibra il protocollo. Una seduta tipica dura alcune decine di minuti.

Cosa il neurofeedback non è

Per onestà verso chi si informa, vale la pena chiarire i confini. Il neurofeedback non legge i pensieri e non trasmette informazioni o stimoli al cervello: registra e basta. Non sostituisce una valutazione clinica né, dove indicato, un trattamento medico o psicoterapeutico. È uno strumento che si inserisce in un percorso più ampio, sempre sotto la guida di un professionista, e va valutato caso per caso.

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Topic in lavorazione

  • Quanto serve davvero il QEEG prima di un protocollo di neurofeedback
  • VR vs ambienti reali: cosa cambia, davvero, nel setting clinico
  • Il modello "phygital" applicato a uno studio di psicologia in apertura
  • Cooperazione sociale e clinica privata: convivono, si reggono a vicenda?
  • Cosa è un'installazione bio-reattiva e perché ci ostiniamo a farne

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